Fabrica

by redazione on maggio 14, 2009


Uno dei tanti
E' uscito da qualche settimana un nuovo libro di poesia di Fabio Franzin: Fabrica (edizioni Atelier 2009, pp. 96, euro 10,00).

Ecco alcune parole dell'autore su questa sua nuova raccolta e, nel seguito dell'articolo, due brevi e intense poesie:

Fabrica è un poemetto di una cinquantina di testi, tutti composti in 5 stanze di 5 versi, che intendono analizzare dal di dentro - sono anch'io un operaio - la fabbrica come luogo umano, purtroppo spersonalizzante, prendendo spunto da La condizione operaia, saggio scritto nel 1936 da Simone Weil a seguito di una sua voluta sconfortante esperienza operaia alla Renault, se non erro; ecco, dalla mia ormai trentennale esperienza operaia, mi sembra che poco o nulla sia cambiato da allora, dal punto di vista umano, del mantenimento della dignità nel luogo di lavoro, e che troppo poco si voglia ancora, anche dopo episodi drammatici come quello della Tyssen Krupp, indagare; il nord-est dell'Italia, attraversato dagli anni '70 sino almeno all'anno scorso da una vera e propria furia produttiva, ha macinato metri cubi di materiale e metri cubi di anima in egual misura, con più cura per il prodotto che per il produttore. Nel mio poemetto, cerco di dar voce anche agli strumenti di questo disagio: il capo, la sirena, le lame, il rumore, i guanti, il capannone... perché è nell'insieme di tutti questi fattori e cose concomitanti che si crea il disagio, non solo i purtroppo frequenti incidenti per carenza di norme antinfortunistiche: c'è chi ha perso la vita o un arto, nel luogo di lavoro, ma c'è anche chi ha perso il sorriso, e di quello non se ne parla mai.

da FABRICA

Nel dialetto veneto-trevigiano dell’Opitergino-Mottense

(…o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello
che avviene in un grande stabilimento industriale)
da I sommersi e i salvati di Primo Levi, 1986
(a Metello, a Cipputi)

Un mondo intièro fracà
drento i dièse metri
quadri de un reparto,
de razhe tute quante,
de tute ‘e reijón: slavi

e indiani, romèni e neri,
atei e cristiani, musulmani
o de jèova, del demonio
dea fame o del dio dei schèi,
tuti mis.ciàdhi, cussì, tuti

deventàdhi un fià pì fradhèi
fra de lori, là, tuti tacàdhi
a nasarse l’udhór de scorédhe,
del sudhór, a capirse a segni,
a ociàdhe, a sfantàr zhèrte

idèe baénghe de chi che l’é
mèjio, là, tuti compagni ‘dèss,
che tanto sot i guanti de gòma
no’ se ‘o intìva pì ‘l coeór
dea pèl, a pissàr, un bianco

e un nero vizhìni, al cesso,
a passàrse un co’ cheàltro
un soriso strac, ‘na ciave
inglese, a farse passàr chel
tenpo robà, contar ‘e spese.

Un mondo intero stipato / nei dieci metri / quadrati di un reparto, / di tutte le sue razze, / di tutte le sue religioni: slavi // e indiani, rumeni e neri, / atei e cristiani, mussulmani / o testimoni di Jeova, del demonio / della fame o del dio denaro, / tutti mescolati, così, tutti // già un po’ più fratelli / fra di loro, lì, tutti stretti / ad annusarsi l’odore delle scoregge, / il tanfo del sudore, a capirsi a moti, / con gli sguardi, a confutare certe // assurde idee sull’imprimatur / di un popolo, lì, tutti uguali (e compagni d’avventura) ora, / che tanto sotto i guanti di lattice / non lo si scorge più il colore / della pelle, a pisciare, un bianco // e un nero accanto, all’orinatoio, / a passarsi l’un l’altro / un sorriso esausto, una chiave / inglese, a farsi passare quel / tempo sottratto, contare le spese.

Joussuf i ‘o ‘à mess
a ciapàr tòchi drio
‘na multilame. L’é
un fià lento, ‘ncora,
calche steca ‘a ghe

passa via, sora i rui,
‘a ghe casca par tèra;
ma lu ‘l sa che ‘l pòl
deventàr pì sguèlto,
co’l tenpo, e ‘lora no’

el ghe bada ae paròe
che ‘l capo che zhiga
drio, te chea lengua
cussì stranba, anca
se l’à capìo che tante

le ‘é bestéme, anca
se lo sinte che a lu
no’ ghe piase ‘l coeór
dea só pèl, che no’l
voràe ‘verlo fra i pie

no’l ghe bada parché, fra
‘na steca ciapàdha e una
che casca, el vede i fiòi
e só fémena scanpàr via
daa fame; tornàr far faméjia.

Joussouf ha trovato posto / in coda / ad una multilame. È / un poco lento, ancora, / qualche asta gli // sfugge, dalla rulliera, / gli cade in terra; / ma lui sa che può / diventare più rapido / col tempo, e allora non // fa tanto caso alle ingiurie / che il capo gli urla / addosso, in quel dialetto / così incomprensibile, anche / se ha capito che molte // sono bestemmie, anche / se ha intuito che gli / dà fastidio il colore / della sua pelle, che preferirebbe / non averlo fra i piedi // non ci fa tanto caso perché, fra / un’asta afferrata e una / che gli cade, vede i figli / e sua moglie fuggire / alla fame; la famiglia ricomporsi.

NB: per eventuali richieste di una copia del libro inviare un messaggio alla Redazione: info[@]lacastella.it

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