Ode al Merlot

by redazione on giugno 29, 2008

Un'ode al vino nero e forte, senza fronzoli e bollicine, che ha un nome di una sonorità tronca e dialettale: Merlot.

Accogliamo con grande piacere un nuovo testo del nostro Fabio Franzin,
anche se fa molto caldo ed è meglio non assumere alcolici in questo
periodo, ma solo acqua fresca e cristallina.

Un grazie ancora a Fabio per questo nuovo contributo che alimenta la nostra rubrica di testi online.

Ode al Merlot

di Fabio Franzin

(Nel dialetto veneto-trevisano della sinistra Piave)

No’l’é un vin da sìori, el Merlot,

ma da mensa, sincero, e popoeàre.

Par questo ‘l me piase pì de altri.

L’à ‘l coeór del tenporal ‘a só ùa,

grani fissi e lustri el grasp, come

un rosario frugà, sbecotà, qua e là

dai merli, cussì goeósi de baéte

e preghiere, de fàvoe. E pròpio

come te ‘na fàvoea ve cate qua

tuti sentàdhi ‘torno ‘a tòea dea casa

vècia (quea persa tel Paeù, in mèdho

aa campagna, persa drento un sgranf

dea mé memoria): tì, bisnòna Irma,

là, co‘ un got de merlot slongàrte

‘a menèstra; e tì, nòno ‘Tilio, poénta

tociàdha tea scudheéta de vin prima

dei radici; barba Lilo, po’, el pòro

senpio dea faméjia: spacàr un cubo

de jazh co’l martèl, in cortìo, e co’

na onbra de chel vin farse in casa

‘a granatina, slongàrme el cuciarìn

co’ cheàltri no’ se incordhéa: “’ssàja,

dài, che ‘l vin fa sangue”, mì un bòcia

convinto che l’udhór vero del mondo

fusse quel dea tèra e de l’erba, o quel

garbo de chel vin viòea. Ve intìve, e

intànt che ve saeùdhe se za smarìdhi,

cari ultimi atóri de ‘na vita che savéa

‘ncora de cort e piòva, de sudhór e cai,

de siénzhio. Ve saeùdhe, co’ste paròe

vèce che toce anca mì tel merlot, te

‘sto vin scuro de operai e murèri, da

fadhìga e formàjo, pan e mortadhèa.

Ode al Merlot

Non è proprio un vino nobile, il Merlot, / ma da mense, sincero e
popolare. / Perciò mi piace più di altri. // Ha la tinta del temporale
la sua uva, / grani fitti e lucenti il grappolo, come / il rosario
consunto di un devoto, beccolato, qua e là // dai merli, così golosi di
bacche / e preghiere, di fiabe. E proprio / come dentro una fiaba vi
ritrovo tutti qui / seduti attorno al tavolo della casa / vecchia
(quella persa in fondo ai Palù, in mezzo / ai campi, persa dentro un
crampo / della mia memoria): tu, bisnonna Irma, / lì, con un bicchiere
di merlot allungarti / la minestra; e tu, nonno Attilio, polenta /
intinta nella chicchera di vino prima / del radicchio; lo zio Lillo,
poi, il povero / tardo della famiglia: frantumare un blocco // di
ghiaccio col martello, in cortile, e con / un bicchiere di quel vino
farsi in casa / la granatina, allungarmi il cucchiaino // quando gli
altri non vedevano: “assaggia, / dài che il vino fa sangue”, io un
bambino / convinto che l’odore vero del mondo // fosse quello della terra e dell’erba, o quello /
aspro di quel vino violaceo. Vi scorgo, e / mentre vi faccio ciao siete
già sbiaditi, // cari ultimi attori di una vita che sapeva ancora di
pioggia e letamai, di sudore e calli, / di silenzi. Vi saluto, con
queste parole // antiche che intingo anch’io nel merlot, in / questo
vino scuro di operai e muratori, compagno di / fatiche e formaggio, di
pane e mortadella.

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